Comitato di Berna

Giurist* ticinesi riunit* oltre Gottardo per i diritti fondamentali

Opinioni

In questa pagina sono pubblicate varie opinioni personali dei membri del Comitato di Berna o dei suoi sostenitori . Possono essere pubblicate solo qui oppure essere state pubblicate sui vari media ticinesi e svizzeri.

Il Comitato delle Nazioni unite contro la tortura (CAT) fissa nuove esigenze riguardanti il rinvio di richiedenti d’asilo particolarmente vulnerabili – caso A.N v. Svizzera (n.742/2016)

La decisione del CAT riguarda il caso A.N v. Svizzera (n.742/2016), nel quale un cittadino eritreo che aveva subito torture e maltrattamenti nel suo Paese d’origine si è opposto al rinvio verso l’Italia pronunciato dalle autorità svizzere in applicazione delle disposizioni previste dal regolamento di Dublino.

Non si tratta di una notizia dell’ultima ora. Molti di voi avete forse letto del caso di A.N già qualche settimana fa. Per noi è importante ricordare questa storia e la decisione che ne è conseguita, in questo momento. Il 25 novembre si avvicina e saremo chiamati alle urne. A noi preme ricordare, con decisioni come questa, l’importanza di avere un controllo sull’applicazione dei diritti umani nel nostro territorio che vada oltre l’ultima istanza nazionale e che sia fatto in applicazione delle diverse Convenzioni internazionali riguardanti la protezione dei diritti umani di cui la Svizzera è parte. Decisioni come quella resa dal CAT sono l’ennesima conferma del fatto che le violazioni dei diritti umani siano sempre dietro l’angolo, anche qui in Svizzera, e di come in un momento di tensioni come quello che stiamo vivendo oggi, gli strumenti internazionali di salvaguardia debbano essere rafforzati piuttosto che indeboliti.

Passato per l’Italia, dove gli vengono prese le impronte digitali alla stazione di Verona, A.N giunge per la prima volta in Svizzera nel settembre del 2015 dove presenta una richiesta d’asilo che viene respinta. Il rifiuto è pronunciato in applicazione del Regolamento di Dublino, il quale prevede un sistema di disciplinamento della competenza secondo il quale un unico Stato Dublino sia competente per una richiesta d’asilo, più precisamente il primo Stato in cui questa viene fatta (in questo caso l’Italia).

Durante il suo soggiorno in Svizzera l’uomo beneficia delle cure dell’Ospedale Universitario di Ginevra, la cui clinica specializzata nei casi di persone vittime di torture rilascia un rapporto firmato da due medici che attesta i danni fisici e psicologici del paziente costitutivi di un disturbo da stress post-traumatico, tipico nelle vittime di tortura. Il rapporto sottolinea l’importanza del proseguimento delle cure psichiatriche presso la clinica e i gravi rischi per A.N di un’eventuale interruzione della terapia.

Il Tribunale amministrativo federale non ha voluto sentire ragioni malgrado le circostanze particolarmente delicate del caso di A.N, e ha dunque difeso la posizione delle autorità svizzere e ordinato il rinvio verso l’Italia.

È così che l’uomo eritreo, assistito dal Centre Suisse pour la Défence des Droits des Migrants (CSDM), ha presentato una richiesta individuale al CAT, invocando una violazione degli articoli 3, 14 e 16 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, ratificata dalla Svizzera nel 1986. L’articolo 3 e 16 concernono il divieto della violazione del principio di “non refoulement”, secondo il quale nessuno Stato membro può espellere, respingere o estradare una persona verso un altro Stato in cui quest’ultima rischierebbe di essere sottoposta a tortura o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. L’art. 14 impone a ogni Stato parte alla Convenzione di prevedere nel proprio ordinamento giuridico un sistema di riparazione, risarcimento e riabilitazione alle vittime di tortura.

La questione giuridica principale portata davanti al CAT è la seguente: può un rinvio di una persona (in questo caso A.N.) verso l’Italia esporlo a degli atti di tortura o a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti e costituire dunque una violazione della Convenzione?

La Svizzera propone due interpretazioni restrittive degli articoli invocati da A.N. Per quanto riguarda gli articoli 3 e 16, si nota il tentativo di limitare in modo consistente il campo d’applicazione delle suddette disposizioni. Secondo le autorità elvetiche infatti il principio di “non refoulement” si applicherebbe unicamente ai casi in cui vi è rischio di tortura. Le Osservazioni generali no. 2 alla Convenzione in merito all’articolo 3, tuttavia, statuiscono chiaramente che tale principio è applicabile anche nei casi di pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti.

La seconda interpretazione restrittiva nella quale si adopera la Svizzera concerne l’art. 14. Il dovere di fornire risarcimento, riparazione e i mezzi per una riabilitazione alle vittime di tortura spetta, secondo l’interpretazione elvetica, solo allo Stato autore dei fatti all’origine di tali pretese, ovvero che si è reso colpevole di atti di tortura o di maltrattamenti vietati dalla Convenzione.

Il Comitato ha invece dato ragione a A.N, secondo cui il dovere di fornire un’adeguata riabilitazione trovi applicazione in tutti gli Stati parte alla Convenzione, Svizzera compresa.

Due sono le argomentazioni svizzere che più colpiscono. La prima riguarda la descrizione del sistema medico italiano, che viene comparato a quello svizzero. Anche se molto sollecitato e sotto pressione attualmente, per quanto riguarda l’assistenza ai migranti, il sistema sanitario italiano sarebbe ancora in grado di farvi fronte adeguatamente secondo le autorità elvetiche. Non si vuole mettere in dubbio in questo articolo il fatto che l’Italia disponga di strutture moderne e ben funzionanti, ma le prove portate da A.N dimostrano chiaramente un’importante difficoltà (se non impossibilità) nell’accedervi. Lo Stato svizzero ha inoltre minimizzato la gravità dei traumi subiti dall’uomo eritreo e la sua necessità di cure specializzate, nonostante i rapporti e le raccomandazioni fatti dai medici ginevrini provassero il contrario.

Il Comitato, considerando le numerose prove esposte da A.N, è arrivato alla conclusione che lo Stato Svizzero prima di procedere ad un’espulsione avrebbe dovuto assicurarsi che l’Italia fosse stata in grado di fornire l’accesso a una riabilitazione adeguata alle condizioni di salute dell’uomo, e che un’espulsione senza garanzie risultava essere costitutiva di un trattamento inumano e dunque in violazione della Convenzione.

Camilla Sabbadini, membro del Comitato di Berna

 

“Giudici stranieri”? Una minestra riscaldata (e già affossata dal popolo)

Si sta cominciando seriamente a parlare dell’iniziativa dell’UDC cosiddetta “sui giudici stranieri”, che voteremo il 25 novembre 2018. Io vorrei qui proporre una nota tecnica.
In realtà questa iniziativa la abbiamo già votata lo scorso 17 giugno 2012, ma sotto un altro nome. Era l’iniziativa dell’organizzazione ultra-nazionalista ASNI chiamata “Rafforzamento dei diritti popolari in politica estera”. Il popolo già allora prese una direzione sicura e convinta: frantumò l’iniziativa con il 75,3% di NO.
Quell’iniziativa del 2012 voleva imporre il referendum obbligatorio per i trattati internazionali. Il Consiglio federale spiegava così perché opporsi: “Il Popolo svizzero dispone in materia di politica estera di diritti di partecipazione unici al mondo. I trattati […] che incidono direttamente sui diritti e doveri della popolazione del nostro Paese sono sottoposti al voto del Popolo se 50’000 aventi diritto di voto o otto Cantoni ne fanno richiesta [referendum facoltativo, NdR]. La Costituzione federale riconosce dunque già oggi i diritti di partecipazione del Popolo per la conclusione di tutti i trattati importanti”.
L’iniziativa che voteremo il prossimo 25 novembre 2018 “sui giudici stranieri” alla fin della fiera è la stessa minestra già schiantata nel 2012. In mezzo ai tanti cavilli l’UDC ha infatti nascosto l’unico articolo che ha veri effetti giuridici: il modificato art. 190. Leggiamo assieme la versione proposta: “Le leggi federali e i trattati internazionali il cui decreto d’approvazione sia stato assoggettato a referendum sono determinanti per il Tribunale federale e per le altre autorità incaricate dell’applicazione del diritto”. La novità (o meglio: la minestra riscaldata) sta nella qualifica che viene data ai trattati internazionali. Se un trattato internazionale non sarà passato attraverso il referendum, allora improvvisamente e senza giustificazione sarà considerato di una branca giuridica inferiore.
È una nuova gerarchia estranea alla logica del diritto svizzero, e c’è un perché: in Svizzera vogliamo che in ogni singolo caso si gestiscano gli eventuali conflitti fra le regole nazionali e quelle internazionali. Essi possono sempre verificarsi, siccome il diritto rimane un prodotto storico e complesso.
Ora l’UDC (portavoce dell’ASNI) vuole creare due tipi di trattati internazionali: da un lato quelli che hanno preso sì a un referendum, dall’altro i trattati che non sono passati dalle urne, che diventano di serie B. Ne risulta che l’unico modo per essere sicuri che un trattato abbia valore giuridico è andarlo a votare. È come inserire un referendum obbligatorio. Ma questa roba la abbiamo già schiantata con il 75% di NO sei anni fa.
Io non sto dicendo che nelle relazioni internazionali è tutto rose e fiori. Già la virata a destra che ha fatto Cassis nel CF non mi piace. Detto questo, il sistema costituzionale attuale sui trattati internazionali ci dà ampi diritti. Ad esempio, se qualcuno non è d’accordo con la ratifica di un trattato internazionale, allora può lanciare il referendum e ci scontriamo alle urne. Proprio come succede per le leggi.
L’UDC invece, partito di inutili miliardari che si pagano le votazioni e ci inondano di campagne pubblicitarie ignobili, improvvisamente vogliono imporre che gli accordi politici sui trattati internazionali siano sempre ratificati in votazione popolare. Questa procedura, che peraltro non conosciamo nemmeno per le leggi, ha un prezzo molto alto: da un lato mette a rischio le nostre relazioni internazionali, che sono gestite in modo decisamente più complesso che non gli affari di Niederbipp an der Aare. Dall’altro mette in discussione la politica parlamentare come luogo di confronto e di compromesso delle istanze sociali.
Proprio in un momento di rivoluzioni tecnologiche globali, proprio quando abbiamo bisogno di stabilità e fiducia internazionale, l’UDC riprova a mettere il referendum obbligatorio su ogni trattato, nonostante gli abbiamo già detto di NO con il 75% dei voti. Evidentemente quelli dell’UDC sono un po’ sordi, dobbiamo quindi ripeterglielo di nuovo schiantando pure questa iniziativa.

Filippo Contarini, membro del Comitato di Berna (articolo apparso il 27.08.18 su ticinotoday.ch)

 

Commentario giuridico critico all’iniziativa federale dell’UDC «iniziativa per l’autodeterminazione»

Il documento contiene un commento all’iniziativa. Inizialmente si trova una spiegazione del sistema attuale e segue poi la spiegazione delle modifiche proposte dall’UDC – Scarica il PDF (IT)

 

“La primauté du droit suisse sur le droit national?”

Resoconto della conferenza tenutasi il 3 maggio 2018 dalla Professoressa Maya Hertig e dal Professore Marco Sassoli dell’Università di Ginevra –Scarica il PDF (IT)

 

Di giudici stranieri e Unione europea

Come Comitato di Berna, gruppo di giovani giurist* italofon* impegnat* nella campagna contro l’Iniziativa per l’autodeterminazione lanciata dall’UDC svizzero, anche nota come ‘Il diritto svizzero anziché giudici stranieri’, per la quale si voterà nel novembre 2018, riteniamo importante chiarire alcuni concetti fondamentali. Questa necessità di fare chiarezza nasce dalla lettura di un’intervista al Consigliere federale Ignazio Cassis e riportata dal Corriere del Ticino (si veda CdT 26.4.18), nella quale il Consigliere parla di “giudici stranieri” in un contesto che non ha nulla a che vedere con l’iniziativa dell’UDC.

Concretamente, l’iniziativa chiede che nella Costituzione federale venga iscritta la predominanza del diritto nazionale sul diritto internazionale. Tra le innumerevoli implicazioni di quest’iniziativa c’è la messa in discussione dell’adesione della Svizzera alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CorteEDU). Data la complessità dei temi affrontati dalla modifica della Costituzione, ogni semplificazione può risultare pericolosa ai fini di una reale comprensione delle concrete implicazioni in gioco. Nell’intervista, Ignazio Cassis ha in effetti parlato di “giudici stranieri” riferendosi alla Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) e alle difficoltà che esistono nei negoziati con quest’ultima riguardo l’accordo quadro. Appare evidente che riferirsi alla Corte di giustizia dell’UE con gli stessi termini che l’UDC ha utilizzato e utilizzerà durante tutta la sua campagna nei mesi a venire per definire la CorteEDU, non solo porta ad ulteriore confusione, ma legittima quest’iniziativa pericolosa e ampiamente criticata da esperti della materia, dalla società civile, così come dal Consiglio federale stesso.

La Corte europea dei diritti dell’uomo
La CorteEDU è stata istituita nel 1959 dal Consiglio d’Europa, organo fondato nel 1949 in seguito alle atrocità commesse durante la Seconda Guerra mondiale. Il compito della Corte è quello di assicurare l’applicazione e il rispetto della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU). La Corte conta attualmente 47 membri, tra i quali la Svizzera, che ha aderito al Consiglio d’Europa nel 1963 ed ha ratificato la Convenzione nel 1974. Nonostante si trovi a Strasburgo, la Corte non deve essere confusa con l’Unione europea, il Parlamento europeo o la CGUE, poiché non c’entra nulla con il sistema dell’UE ed è completamente indipendente da quest’ultimo. Basti pensare che tra i membri della CorteEDU ci sono la Russia e la Turchia, Stati che non sono certo membri dell’UE.

Chiunque ritenga che i suoi diritti fondamentali siano stati violati in Svizzera o in uno dei 47 Stati membri può ricorrere davanti alla Corte di Strasburgo. Si tratta quindi di una possibilità in più per chi ritiene che le autorità giuridiche svizzere non abbiano garantito una protezione adeguata dei diritti fondamentali, come ad esempio la libertà di espressione, il diritto al rispetto della vita privata e familiare o il diritto ad un processo equo, solo per citarne alcuni.

I giudici stranieri
È innanzitutto importante chiarire chi sono i giudici della CorteEDU. L’articolo 20 della CEDU stabilisce che la Corte è composta da un numero di giudici uguale a quello degli stati che hanno sottoscritto il testo. Ne consegue dunque che la Svizzera ha diritto ad una o un giudice. Dal 2011 questo posto è occupato dalla professoressa Helen Keller. Quest’ultima fa sempre parte della Corte (composta da 7 o 17 membri) quando la Svizzera viene giudicata. Non va inoltre dimenticato che Carlo Ranzoni, giudice per il Liechtenstein, è un giurista svizzero. Facendo i conti, abbiamo il doppio dei giudici rispetto a qualunque altro stato membro.

In secondo luogo, vanno spiegati i motivi che hanno spinto l’UDC a lanciare quest’iniziativa. In una sentenza riguardante il rimpatrio degli stranieri emanata nel 2012, il Tribunale federale aveva confermato di essere vincolato dalla CEDU e dalla giurisprudenza della CorteEDU per quanto riguarda la valutazione dei casi di allontanamento, nonostante l’accettazione dell’iniziativa sull’espulsione. I promotori vogliono quindi ora ostacolare l’azione del Tribunale nelle cause in cui vengono invocati diritti garantiti dalla CEDU. Per questo motivo, l’iniziativa richiede che solo i trattati sottoposti a referendum siano vincolanti per il Tribunale federale. Tuttavia, la ratifica della CEDU del 1974 non è stata oggetto di referendum. L’iniziativa non si rivolge dunque in primo luogo ai “giudici stranieri”, ma ai nostri stessi giudici. Parlare dunque di “giudici stranieri” ci sembra oltre che impreciso, anche fuorviante.

Valerie Debernardi e Martino Colombo, membri del Comitato di Berna

(articolo apparso il 27.04.18 su ticinotoday.ch e ticinonews.ch)

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